Sorpresa alla guida con il cellulare, dichiara per iscritto che il conducente era persona diversa: è falso ideologico.

Una donna, ricevuta una contravvenzione per violazione del Codice della Strada per essere stata sorpresa alla guida intenta a parlare al cellulare, dichiara per iscritto al Comando dei vigili urbani che in realtà vi fosse soggetto diverso alla guida.
A seguito del ricorso all’autorità giudiziaria, I giudici di primo grado e la corte d’appello affermano la responsabilità della ricorrente per violazione dell’art. 483 del codice penale evidenziando la falsità delle dichiarazioni della donna.
La norma punisce il privato (“chiunque”) che attesta falsamente al pubblico ufficiale redigente fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità. il delitto in esame sussiste ogniqualvolta il privato attesti al pubblico ufficiale redigente un documento precostituito a fini probatori – e di cui il primo si serve per esercitare una qualsiasi attività giuridica – fatti non corrispondenti al vero.
L’imputata, quindi, si rivolge ai giudici di Piazza Cavour lamentando la violazione di legge sull’affermazione di responsabilità sulla scorta delle seguenti considerazioni: la dichiarazione di cui all’imputazione non costituirebbe atto pubblico e non vi sarebbe prova dell’intento dell’imputata di trarre in inganno l’organo accertatore, tenuto conto della possibilità di incomprensioni linguistiche
La Corte di Cassazione, con la sentenza 16 marzo 2017, n. 12779, nel respingere la tesi difensiva secondo cui la sentenza avrebbe errato nel ritenerla responsabile del reato di falso – ha ribadito che il delitto di cui all’art. 483 cod. pen. sussiste allorché̀ la dichiarazione del privato sia trasfusa in un atto pubblico destinato a provare la verità̀ dei fatti attestati, il che avviene quando la legge obblighi il privato a dichiarare il vero ricollegando specifici effetti al documento nel quale la dichiarazione è inserita dal pubblico ufficiale ricevente.